Alluvione 22 ottobre – Violenta come un ciclone nei Caraibi

Sabato 25 ottobre 2008
di ANGELO PANI
Nella storia meteorologica della Sardegna c’è un evento drammatico che si ripete con ciclica puntualità. Non è perfettamente prevedibile come il succedersi delle stagioni, ma, come i terremoti nelle aree sismiche, è altrettanto certo che accadrà. È un nubifragio di eccezionale violenza che colpisce in modo selettivo pochi chilometri quadrati di territorio in un’area che va da Gairo a Domus de Maria. Accade quasi esclusivamente in autunno, quando si verifica una combinazione di eventi solo apparentemente banale: un fronte di aria umida proveniente dall’Africa si scontra con una massa fredda di origine settentrionale. Esemplificando al massimo il fenomeno, si può pensare a un immenso siluro di nubi sature di pioggia che arriva dal mare, viene fermato dai monti e scarica sul litorale e sull’immediato entroterra una quantità di pioggia che nessun fiume, nessun argine, riesce a imbrigliare. E, come i cicloni dell’area caraibica, la pioggia porta morte e distruzione.
È accaduto mercoledì scorso da Poggio dei Pini a Frutti d’Oro quando, tra le 5,30 e le 8,30 del mattino, tra tuoni terrificanti e un succedersi quasi ininterrotto di fulmini, le nuvole hanno gettato sulla terra 380 millimetri di pioggia. In tre ore, su un’area di poche decine di chilometri quadrati, si è concentrata metà della pioggia che, nei periodi non siccitosi, cade in un anno sull’intero territorio. Ciò che è successo tre giorni fa si era verificato con la stessa drammaticità nel novembre del 1999 pochi chilometri più avanti, tra Capoterra, Uta e Assemini. Identica la collocazione temporale, la combinazione di eventi meteorologici e le drammatiche conseguenze, con rigagnoli diventati fiumi impetuosi, ponti distrutti, auto spazzate via e paesi interi sommersi da acqua e fango. E, ancora, morte e distruzione.
Le scarse notizie pervenuteci sugli eventi meteorologici dai secoli passati confermano la ciclicità dei temporali distruttivi che si abbattono sull’entroterra del versante orientale sardo. Sempre in autunno, esattamente il 5 ottobre 1796, viene annotata una grave inondazione che sommerge le campagne di Pirri e provoca sei vittime. Ancora il 5 ottobre, nel 1889, decine di morti nell’hinterland cagliaritano. È impressionante la successione di date: 1889; 1893, e poi, nei primi decenni del ‘900. Quasi tutte le alluvioni sono concentrate tra ottobre e novembre, e quasi sempre colpiscono l’area già tristemente segnata dal maltempo. Se si tiene conto delle difficoltà di comunicazione e dell’arretratezza dei centri lontani dalle poche città moderne , si può facilmente ipotizzare che le notizie di altri eventi calamitosi non superassero i confini delle zone che non erano raggiunte dal telegrafo e dal servizio postale. La conferma arriva se si esamina la serie storica a partire dal secondo dopoguerra: quaranta vittime tra Elmas e Monastir il 26 ottobre 1946; sempre in ottobre, nel 1951, è l’alluvione che seminò lutti e distruzione nel Sarrabus provocando le frane che costrinsero gli abitanti di Gairo a trasferirsi in altri paesi. Stesso copione il 22 novembre 1961 da Capoterra a Siliqua; il 17 ottobre 1965 da Assemini a Pula; il 28 ottobre del 1985 nell’hinterland di Cagliari e nel Sarrabus. L’elenco si fa sempre più fitto negli anni a noi più vicini: 1986; 1988; 1990; 1999.E sempre tra ottobre e novembre. Con una sola lieve variante, altrettanto tragica, però: il disastroso nubifragio che, il 6 dicembre 2004, si abbatte su Villagrande Strisaili.
Ritornando ai giorni nostri, il nubifragio che si è abbattuto sui monti di Poggio dei Pini ripete perfettamente il copione dei disastri che l’hanno preceduto. Correnti aeree provenienti dal settore meridionale spingono sulla costa masse imponenti di nubi sature di pioggia che arrestano sul sipario di cime e scaricano masse imponenti d’acqua. L’alba non è ancora arrivata quando arriva la pioggia, impetuosa fin dal primo scroscio. Bastano pochi minuti e da ogni costone del monte Santa Barbara, da Fenu Trainu, da Is Sennoras, scendono valanghe liquide che trascinano terra e massi. E gonfiano a dismisura il corso del rio San Gerolamo che era ancora in secca. In due chilometri, il torrente raccoglie una tale massa d’acqua che è sufficiente a far saltare il fondo stradale del ponte in cemento armato all’altezza dell’Hidrocontrol. E, a ogni metro che avanza, continua a ricevere apporti. Poche centinaia di metri più avanti è già un fiume impetuoso largo una cinquantina di metri che erode d’un sol colpo un’ansa lasciando una casa penzoloni sul vuoto. Poi spazza via un ponte più piccolo e decine di metri d’asfalto e si abbatte sulla diga di Poggio dei Pini che resiste all’urto. Sfiata su un fianco e distrugge un altro ponte in cemento armato. Piomba su un secondo invaso, più piccolo, e si apre un varco di una decina di metri sulla dighetta in cemento. Ora la massa d’acqua non ha più ostacoli e si riversa sulla pianura dilatandosi tra campi coltivati, officine, case e scuole.
Una domanda è d’obbligo: eventi di questo genere possono essere tenuti sotto controllo? La risposta non può che essere negativa. Una massa di tale potenza distruttiva non è arginabile. Ma questo non vuol dire che si debba contrapporle l’inerzia. Vedere scuole costruite sull’argine del fiume grida vendetta. E suscita sdegno il fatto che i piani urbanistici abbiano previsto un ininterrotto villaggio costiero sulle aree di sfiato del fiume in piena. Ora si pensa di correre ai ripari abbattendo la diga che ha arginato la prima ondata di piena. Dimenticando però che proprio le dighe montane sono l’unico valido argine alle piene distruttive. E, come troppe volte è accaduto in passato, saranno finanziati i lavori per imbrigliare il corso del fiume in un gigantesco canale di scolo. Dimenticando che i percorsi rettilinei aumentano la velocità della massa d’acqua ingigantendone la forza distruttiva. Sono pareri discordanti, si dirà. Ma una cosa è certa, la natura non è mai assassina. Ciò che uccide è la presunzione dell’uomo.

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