Alluvione Capoterra – il miracolo di S. Barbara

Giovedì 30 ottobre 2008
Oltre ai lutti e ai danni a case e strade, il nubifragio ha modificato anche il paesaggio. Nella pianura e sulle montagne.
«Innoi s’esti impedrau tottu». Parla a voce bassa e usa poche parole Antonio Porcu. Capraro da cinquant’anni sui monti di Capoterra, conosce la virtù della moderazione; non grida la sua rabbia per la strada distrutta, per l’ovile di Bachi Alinu devastato, per le 120 capre portate via dalla furia dell’acqua, per il Mitsubishi ridotto a un ammasso di ferraglia. Chiede un passaggio perché deve andare in paese – deve risolvere il problema delle capre rimaste che stanno figliando – e si lascia sfuggire un solo commento: «Qui è diventata tutta una pietraia».
SA SCAPIZZADA L’alluvione di una settimana fa ha cambiato il volto della montagna sconvolgendo il sistema idrografico e l’orografia stessa del territorio. Tutti ripetono che non si era mai visto niente di simile. E forse hanno ragione. Sul fianco della montagna, a breve distanza da una chiesetta edificata nel 1280, esiste un luogo assai caro agli abitanti di Capoterra: Sa Scapizzada , La Decapitata. Qui avrebbe subito il martirio Santa Barbara, giovane cagliaritana che, durante la dominazione romana, venne condannata alla decapitazione per non aver abiurato la fede cristiana. Nel punto in cui venne uccisa, racconta una leggenda, sgorgò una sorgente e qui, intorno all’anno mille, sui resti di una necropoli punica, venne eretta una cappella che è meta di un costante quanto discreto pellegrinaggio. Questo piccolo edificio sacro esisteva fino a una settimana fa. La furia dell’acqua e la marea di detriti l’hanno spazzata via frantumando la copertura a botte, strappando alberi e cespugli, cancellando ogni traccia del sentiero. Di quella nicchia è rimasta solo la parete interna che conserva ancora, ed è quasi un miracolo, la statuetta della Santa e un rosario. Forse, su questa montagna che prende il nome dalla martire cagliaritana, in mille anni non si era mai abbattuto un fortunale così violento come quello che ha sconvolto il territorio di Capoterra sette giorni fa.
LA CASA SUL MONTE Marinella Deligia, psicanalista con studio a Cagliari, vive in una casa distante poche centinaia di metri da Sa Scapizzada. Dalle sue finestre si gode una vista verso il mare che è riduttivo definire stupenda e, per quel che più conta in questa vicenda, domina il punto della montagna dov’era la cappella della santa. «Vede quell’eucaliptus laggiù? Quando è sceso il diluvio era quasi completamente sommerso dall’acqua». L’albero è una pianta alta una decina di metri, cresciuta proprio al centro dell’impluvio dove ora scorre un rivolo d’acqua. Il tronco, una quarantina di centimetri di diametro, ha perso quasi completamente la corteccia e, nella parte più bassa, è stato profondamente eroso dalla furia distruttiva di migliaia di massi che l’hanno colpito senza riuscire ad abbatterlo. Un altro eucaliptus che gli sorgeva accanto non esiste più. «Erano le sette e dieci di mercoledì mattina – prosegue – quando sono uscita per ritrovare il cane che era scappato. Ho guardato in alto e ho visto che mancava metà della montagna. Veniva giù una valanga d’acqua e fango impressionante. Ho avuto paura e sono tornata a casa ma anche lì veniva giù un diluvio che ha allagato tutto il piano terra. Il tetto è perfettamente impermeabilizzato ma l’acqua si infilava dappertutto perché c’è stata come una tromba d’aria. Tutto il versante dove c’erano gli orti è scomparso assieme alla strada per arrivare qui. Non c’è mai stata una cosa simile, non si poteva neppure guadare perché l’acqua continuava a scendere impetuosa e sono rimasta completamente isolata. Dopo due giorni il livello ha cominciato a scendere e sono potuti venire gli amici che hanno lavorato fino a domenica. Ancora adesso, per poter andare via, devo scendere fino a laggiù, guado e risalgo sulla strada dove lascio la macchina».
STORIA DI UN DISASTRO Una settimana dopo il diluvio, il rio San Girolamo è un rigagnolo che segue docilmente la strada verso il mare dove sette giorni fa ha seminato morte e distruzione. Discendendo il suo corso, si ripercorre la storia di un disastro che ha superato ogni più pessimistica previsione. L’acqua precipitata dal cielo (si è calcolata una quantità pari a cinque milioni di metri cubi in tre ore) si è abbattuta sulla montagna provocando frane e smottamenti. Massi giganteschi si sono staccati dai pendii più scoscesi, trascinando dai fianchi del monte Santa Barbara milioni di metri cubi di pietre, sabbia e terra. Questa massa è piombata a valle con inaudita forza distruttiva abbattendo ogni ostacolo e cambiando la fisionomia stessa del paesaggio. Filari di oleandri e di ontani ora sono sommersi sotto metri di detriti e anche i lievi pendii dove non passava il fiume sono stati scavati dalla furia dell’acqua che ha asportato il fertile terreno superficiale riportando a nudo la roccia. Più in basso, a Poggio dei Pini, le strade sono state ridotte a percorsi di guerra ed è saltato l’intero sistema di reti idrica, elettrica e fognaria. L’ampio spiazzo che ospitava la zona sportiva, dove l’onda di piena si è distesa, perdendo in parte la violenza, è un paesaggio lunare di massi, tronchi divelti e rottami. Sulla piana costiera, a Frutti d’Oro 2 e a Rio San Girolamo, è arrivato un mare di fango e pietrisco che ricopre ancora campi e giardini dove non ci sono più fiori.
LA SIGNORA VENEZIANA Ivana Signor vive da 46 anni col marito in una casetta bianca su un pendio esposto al sole quasi al termine della valle dove scorre il rio San Girolamo. Il colorito del viso e la voce schietta, pronta al sorriso, tradiscono le sue origini veneziane. Appartiene a una famiglia di coloni giunta in Sardegna per bonificare la piana di Arborea, poi le vicissitudini della vita l’hanno portata a Capoterra dove si è felicemente sposata. Tra il fiume e la casa il marito ha costruito due serre. Una è stata danneggiata dall’alluvione del ’99; l’altra, più a monte, è stata abbattuta in parte da una massa d’acqua raccoltasi in una decina di metri di pendio che ha scavato un canyon nella cunetta dove la pioggia ha alimentato un fiume. Di questo, lei non vuole parlare. Sta ripulendo la casa e si limita a sollevare le spalle: «Ormai siamo anziani – mormora – chissà come andrà a finire».
IL COPERCHIO DEL DIAVOLO «Due giorni dopo l’alluvione è venuto un signore tutto elegante e mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa. Gli ho risposto che sicuramente non avrebbe potuto darmi quello che mi serviva ma lui ha insistito, ha detto che era della Protezione civile e poteva darmi viveri o altre cose. Io gli ho detto che da mangiare ne avevo ma, se proprio voleva farmi un favore, poteva darmi una bottiglia d’acqua da bere perché il pozzo non c’è più e neanche il gruppo elettrogeno e la pompa sommersa. Lui si è messo a ridere e ha detto che mi avrebbe portato molti cartoni d’acqua. Ha scritto il mio nome in un taccuino, ha salutato e se ne è andato. Lei lo ha più visto?». Storie di ordinaria disorganizzazione a pochi passi dalla chiesetta di San Girolamo dove, per il resto, i soccorsi sono arrivati tempestivi riaprendo la strada e sistemando un gigantesco generatore elettrico che l’Enel tiene sotto costante controllo. Ma per Antonino Deidda sarà difficile che tutto possa riprendere come prima. Emigrato in Svizzera, è ritornato in paese nel 1970 e per lungo tempo ha fatto il capraro a Gutturu Mannu. Da 24 anni vive qui con la moglie in un podere in affitto dove tiene alcune capre e cura un giardino dove crescevano agrumi, mele e pesche. I pendii sono dolci, alberati, ben lontani dal fiume. Eppure l’acqua piovana ha formato torrenti impetuosi che hanno eroso il terreno fino a riportarlo a nuda roccia. Un pozzo profondo una decina di metri è completamente pieno di detriti e, di una quarantina di agrumi, ne sono rimasti solo due. Più avanti, dopo un vascone per la raccolta dell’acqua che è stato scardinato, il resto del frutteto è una landa disseminata di pietre e ghiaia. «Temo che resterà tutto così – commenta sconsolato – perché il terreno non vale quanto le spese che bisognerà affrontare». Tra i detriti trascinati dalla furia dell’acqua spuntano a decine involucri di plastica trasparente che conservano un libro ancora intonso. Sono Pagine Gialle dei telefoni. Con ogni probabilità, un appaltatore poco onesto che doveva consegnarle a domicilio se ne è disfatto gettandole in un fosso. Brutta storia se adesso il diavolo-alluvione si mette a scoperchiare i coperchi.
ANGELO PANI

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